Go-kart e cucina nella seconda città del Giappone

Questa mattina mi ero ben preparato a una giornata da occupare su due fronti praticamente opposti: adrenalina a fiumi su una pista di go-kart e ricerca dei migliori piatti della cucina povera in alcune delle zone di ristoranti più famose di Osaka.

Osaka

Osaka è spesso chiamata “la cucina del Giappone”, e forse a ragion veduta perché mai come in questa città ho visto gli infiniti quartieri e mercati sempre colmi di gente. In ogni angolo della città ce n’è uno, se non di più, e oltre ad essere uno dei baricentri commerciali del Giappone è anche uno dei più cosmopoliti, il che lo si vede dalla sua gente amichevole e talvolta pittoresca.

Anche qui antico e moderno convivono in armonia, dalle antiche tombe imperiali designate patrimonio dell’umanità ai templi perennemente immersi nel movimento scomposto di gente che vive in una delle città più grandi del paese. Poi le catene montuose e i vasti boschi a nord, est e sud e le infinite opportunità che questa speciale collocazione geografica offre per riconciliarsi con la natura.

Parlando di cose serie, l’Hanazono Rugby Stadium situato nell’omonimo parco subito fuori Osaka è la casa spirituale del rugby giapponese e ora anche del sempre più popolare rugby studentesco.

Go-kart sull’entusiasmante circuito ISK Maishima Osaka

Sull’isola di Maishima, non lontano dagli Universal Studios, c’è questo interessantissimo circuito di go-kart e, bè, questa doveva per forza essere la mia prima tappa della visita a Osaka. Non ne avevo mai toccato uno, ma Ito-san, il mio istruttore, me ne ha reso il debutto facile facile, spiegando in un discreto inglese come controllarlo, come fare in caso andassi fuori pista e con l’aiuto di una mappa mostrarmi i punti esatti in cui cominciare a tagliare le curve.

Una volta giunto in pista il mio go-kart era già bell’e che pronto e il personale si è subito precipitato a misurarmi le gambe per regolarne opportunamente i pedali. Per maggior sicurezza l’istruttore mi ha preceduto per qualche giro per lasciarmi familiarizzare un po’ con il mezzo e la pista, per poi abbandonarmi a me stesso, il momento più atteso!


Il tragitto è ben bilanciato, con tratti rettilinei per lanciarsi alla massima velocità e curve strette e tecniche per mettere alla prova la propria capacità di guida, che non è esattamente come quella di una normale auto. Il fatto di essere così basso ti fa sentire particolarmente veloce anche quando i tempi sul giro non sono poi così brevi. I più esperti possono arrivare anche a 80 chilometri orari, che non è poco su mezzi così piccoli.

Fra il primo gruppo di giri e il secondo, Ito-san, che ha vinto molte gare giapponesi, ne ha approfittato per darmi qualche ulteriore suggerimento su come mantenere una buona velocità su tutto il giro, facendomi risparmiare ben trenta secondi sulla prima prova.

Il circuito mette a disposizione tutta l’attrezzatura da corsa che serve, più un caffè e uno spazio per rilassarsi tra una gara e l’altra, proprio o quasi come fanno i piloti di F1. E come capita sempre nel mondo dei motori, anche questo ha visto formarsi una comunità affiatata di piloti occasionali e semi-professionisti, che non esitano a frequentarsi.

Insomma, per me è stato un modo eccellente per introdurmi all’affascinante mondo agonistico dei gokart, nel quale, forse vale la pena dirlo, non servono né patente né esperienza precedente di guida!

A Shinsekai per uno spuntino di cose fritte nell’Osaka più tradizionale

Dopo una mattinata di motori la fame cominciava a farsi sentire, così qualcuno mi ha suggerito di puntare su Shinsekai, la zona godereccia di ristorantini casual sempre vivaci proprio ai piedi dell’iconica torre Tsutenkaku. È soprattutto famosa per i kushikatsu, gli spiedini di carne, pesce o verdure impanate e fritte che sembrano costituire il sostentamento quotidiano di molti.

I ristorantini di questo tipo sono davvero molti, quasi tutti a conduzione familiare da decenni e alcuni per fortuna con menù anche in inglese senza i quali non sarebbe possibile per chi non parla la lingua orientarsi tra le mille opzioni.

Questi spiedini devono essere prima immersi in una salsa tonkatsu, una densa delizia tra il dolce e il salato che però ha una regola ferrea: intingere solo una volta! L’etichetta infatti vuole che non s’intinga il kushikatsu una seconda volta quando si è in compagnia di altri, perché la ciotolina di salsa è per tutti.

Sorprendentemente la zona appare un po’ trascurata soprattutto se paragonata alla vicina Namba, ma ciò non ne riduce il fascino, anzi, il rumore e gli odori che emanano da questi localini conferisce al tutto un’atmosfera davvero unica.

A Dotonbori e a Hozen-ji Yokocho per scoprire i segreti della “Cucina del Giappone”

Il mio spuntino di mezzogiorno non era finito, perché a Osaka non ci si può accontentare di un solo posto e naturalmente a Dotonbori ci si deve andare altrimenti non si può dire di avere visto Osaka. In città è probabilmente, anzi certamente, la zona più popolare per mangiare. Si trova praticamente tutto ciò che lo stomaco può immaginare nella lunga via che la percorre. Naturalmente compresi il takoyaki (palline più o meno grandi di dolce e morbida pastella farcite con polpo a pezzetti e zenzero) e l’okonomiyaki (la cosiddetta “pizza di Osaka”, ma ben diversa da quella italiana per via degli ingredienti diversi, principalmente il soffice impasto, l’immancabile cavolo e una varietà di altri ingredienti opzionali per adattarla al gusto di ciascuno).

Normalmente in fermento tutto il giorno, Dotonbori si anima incredibilmente dopo il tramonto sino a notte fonda, con migliaia d’insegne luminose, a volte alquanto bizzarre, che conferiscono al luogo un’atmosfera di allegra stravaganza. Pesci palla giganti, calamari, sushi e persino granchi meccanici giganti sono il modo più efficace per dare un’idea precisa di cosa vi aspetta.

Al centro di Dotonbori ci sono il celebre ponte Ebisubashi, iconico luogo d’incontro dei più giovani, e il Glico Man, una gigantesca insegna LED raffigurante l’atleta in corsa che da sempre è il segno distintivo dell’azienda dolciaria Glico e che fa sempre da sfondo ai selfie che si scattano in zona.

Imboccando una stretta via laterale si entra invece nel mondo alternativo di Hozen-ji Yokocho, labirinto di vicoli che con Dotonbori ha pressoché nulla a che vedere. Infatti nessun neon e tutto silenzio, solo case di legno e atmosfera sommessa.

In questa zona spiccano però numerosi ristoranti e caffè alla moda che fanno da cornice al tempio di Hozen-ji dal quale il quartiere prende il nome. Qui c’è anche la misteriosa statua della divinità buddista O-Fudo-sama, sulla quale generazioni di persone hanno versato l’acqua delle preghiere che nel tempo ha causato la formazione di uno spesso strato di muschio, una visione in netto contrasto, appunto, con la vicina Dotonbori.

Okonomiyaki, il cibo spirituale di Osaka

Sempre nella zona di Hozen-ji Yokocho ho voluto provare il famoso okonomiyaki di Osaka, piatto eccellente ma soprattutto da gustare in compagnia. I ristoranti specializzati hanno i caratteristici tavoli provvisti di grande piastra al centro sulla quale avviene la cottura e dalla quale ognuno si prende la propria parte.

Oltre a due tipi di Okonomiyaki, uno con gamberetti e maiale e l’altro con formaggio, ci siamo fatti portare anche della yakisoba, il popolarissimo piatto di soba fritta che per i giapponesi è un altro rappresentante della cucina povera. Ad accentuare il sapore della morbida e deliziosa pastella sono una densa e gustosa salsa e una manciata di fiocchi di bonito affumicato, e a coronare la fitta giornata trascorsa qui e là non può essere che una nama-biru, così qui si chiama la birra alla spina.

Osaka ha qualcosa per tutti: cibo eccezionale, attività di ogni tipo, sfarzose vie dello shopping e tanta, tanta storia e cultura. Ha qualcosa anche per chi preferisce la lontananza dal turismo di massa e vagare per gli angoli meno battuti assaporando pacificamente le vie secondarie, una fra tutte la zona di Hozen-ji Yokocho, che puntualmente apre un nuovo mondo di segreti tutti da scoprire.